Un abete bianco della Sila in Vaticano per

Graziella Laboccetta

 

Alto 40 metri, spuntano 32, dal peso di circa 95 quintali, dalla circonferenza di 3 metri, questo magnifico esemplare della Sila calabrese è stato sacrificato per farne dono al pontefice ed ornare la piazza della cristianità. Che tristezza ed al tempo stesso che rivolta ho provato nel vedere la sega che si avvicinava al tronco di quell’albero che se avesse avuto la lingua per difendersi avrebbe spiegato agli uomini il danno che si erano proposti di affliggere. Ma gli uomini sarebbero stati sordi perche’ l’albero parlava già, anzi cantava le sue lodi al creatore. Adesso, dopo 44 ore di viaggio, l’hanno posto in una piazza, dove vivrà(per modo di dire) per gli spettatori fino agli inizi di gennaio, quando, spoglio delle decorazioni degli uomini, andrà a finire, forse, come mobile, in una delle stanze del vaticano a ricordo della generosità dei Calabresi. Natale, la festa dell’amore, del dono del verbo incarnato che scelse una stalla come dimora, punto di partenza di tutto il suo servire, reggia del suo regno, resta ancora oggi incompreso, insultato, commercializzato fino al disgusto. Quel bambino Gesù, attorniato da madre, padre, bue ed asinello, secondo me, piange e ci commisera con la sua misericordia. Egli vede tutti i poveri del mondo, pilastri della sua chiesa, veri eredi del suo regno e cerca il loro aiuto affinchè essi possano rivelare agli scaltri ed ai superbi la retta via. Il vaticano vuole celebrare il Natale? Bene. Che prepari l’altare con sedie o panchine, che inviti tutti i poveri a sedere e che lasci la gente recarsi a visitarli e portare loro dei doni. Questo si che farebbe notizia. Questo si che sarebbe straordinario. Questo si potrebbe chiamarsi Natale.